Per laborario Cuco @ Teatro di Sociodramma, 15 giugno 2026.
Versione in pdf qui.
Nel saggio “La convivialità” del 1973, Ivan Illich parla di convivialità come di un termine che si può applicare agli strumenti di cui facciamo uso quotidianamente. Il saggio è stato scritto ben prima dell’avvento di massa di internet e delle tecnologie digitali nell’uso di tutti i giorni; Illich è morto nel 2002 e non quindi potuto lasciarci un “aggiornamento”. Ciononostante, il saggio è particolarmente attuale per diverse intuizioni che rimangono valide ad oggi, e che è utile rivisitare. Altre parti del saggio sono “invecchiate” peggio, ma per lo scopo di questo laboratorio non le prenderemo in considerazione. Partiamo dall’interpretazione del termine “convivialità”:
Cosa è la convivialità? Da capitolo 2 “La ricostruzione conviviale”
“Che si sposti o sia fermo, l’uomo ha bisogno di strumenti. Ne ha bisogno per comunicare con gli altri come per curarsi. L’uomo che va a piedi e prende erbe medicinali non è l’uomo che corre a centosessanta sull’autostrada e prende antibiotici; ma tanto l’uno quanto l’altro non possono fare tutto da sé‚ e dipendono da ciò che gli fornisce il loro ambiente naturale e culturale. Lo strumento e quindi la fornitura di oggetti e di servizi variano da una civiltà all’altra.
L’uomo non vive soltanto di beni e di servizi, ma della libertà di modellare gli oggetti che gli stanno attorno, di conformarli al suo gusto, di servirsene con gli altri e per gli altri. Nei paesi ricchi, i carcerati dispongono spesso di beni e servizi in quantità maggiore delle loro famiglie, ma non hanno voce in capitolo riguardo al come le cose sono fatte, né diritto di interloquire sull’uso che se ne fa: degradati al rango di consumatori-utenti allo stato puro, sono privi di “convivialità”.
Intendo per “convivialità” il contrario della produttività industriale. Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza. Questi strumenti si possono ordinare in una serie continua avente a un estremo lo strumento dominante e all’estremo opposto lo strumento conviviale: il passaggio dalla produttività alla convivialità è il passaggio dalla ripetizione della carenza alla spontaneità del dono. Il rapporto industriale è riflesso condizionato, risposta stereotipa dell’individuo ai messaggi emessi da un altro utente, che egli non conoscerà mai, o da un ambiente artificiale, che mai comprenderà; il rapporto conviviale, sempre nuovo, è opera di persone che partecipano alla creazione della vita sociale. Passare dalla produttività alla convivialità significa sostituire a un valore tecnico un valore etico, a un valore materializzato un valore realizzato. “La convivialità è la libertà individuale realizzata nel rapporto di produzione in seno a una società dotata di strumenti efficaci”. Quando una società, qualunque essa sia, reprime la convivialità al di sotto di un certo livello, diventa preda della carenza; infatti nessuna ipertrofia della produttività riuscirà mai a soddisfare i bisogni creati e moltiplicati a gara.Una società che voglia ripartire equamente tra i suoi membri l’accesso al sapere, e consentire loro una reale partecipazione al processo produttivo, deve stabilire dei limiti pedagogici alla crescita industriale, mantenendo tale crescita al di qua di determinate soglie psicologicamente critiche.”
Riassumendo:
- Uno strumento conviviale:
- Collega al corpo sociale
- È dominato da me
- Adatta l’energia metabolica del mio corpo
- Lascia ampio spazio per modificare il mondo secondo le mie intenzioni
- Aumenta le possibilità dell’autonomia e della creatività
- Lo strumento manipolabile/produttivo:
- Lega al corpo sociale
- Mi domina
- È mosso da energia esterna e supera la scala umana
- Genera uniformazione regolamentata, dipendenza, sopraffazione e impotenza
- Porta all’istituzionalizzazione dei valori e alla centralizzazione del potere
- Produce domanda e genera carenza
(Riassunto da laboratorio sulla convivialità nel pensiero di Illich condotto da Matteo Rossi e Valentina Majorana in occasione del festival “Transizioni”)
Oltre a definire il ruolo dello strumento nel rapporto tra noi, la società e l’ambiente, Illich parla della necessità di porre dei limiti arbitrari allo sviluppo. Limiti che, ad oggi, ancora fatichiamo a concepire.
Dall’introduzione al saggio “La Convivialità”
“Bisogna prender coscienza al più presto che i “limiti” da porre allo sviluppo devono riguardare “tanto i beni quanto i servizi”, prodotti industrialmente. Ed è la serie di questi limiti che bisogna scoprire e rendere manifesta.
Per analizzare il rapporto tra l’uomo e il suo strumento, io propongo qui il concetto di “equilibrio multidimensionale” della vita umana. In ognuna delle sue dimensioni, questo equilibrio corrisponde a una certa scala naturale. Quando un’attività umana esplicata mediante strumenti supera una certa “soglia” definita dalla sua scala specifica, dapprima si rivolge contro il proprio scopo, poi minaccia di distruggere l’intero corpo sociale. Occorre dunque determinare con chiarezza queste scale naturali e riconoscere le soglie che delimitano il campo della sopravvivenza umana.
La società, una volta raggiunto lo stadio avanzato della produzione di massa, produce la propria distruzione. La natura viene snaturata.
Sradicato, castrato nella sua creatività, l’uomo è rinserrato nella propria capsula individuale. La collettività è governata dal gioco combinato di una polarizzazione estrema e di una specializzazione a oltranza. L’affannosa ricerca di modelli e prodotti sempre nuovi, cancro del tessuto sociale, accelera a tal punto il mutamento da escludere ogni ricorso ai “precedenti” come guida per l’azione. Il monopolio del modo di produzione industriale riduce gli uomini a materia prima lavorata dagli strumenti. E tutto questo in misura non più tollerabile. Poco importa che si tratti di un monopolio privato o pubblico: la degradazione della natura, la distruzione dei legami sociali, la disintegrazione dell’uomo non potranno mai servire a uno scopo sociale.
[…]
Si determineranno le soglie di nocività dell’attrezzatura sociale, il punto in cui questa si rivolge contro il proprio fine o minaccia l’uomo; si limiterà il potere dello strumento. Si inventeranno le forme e i ritmi di un modo di produzione post-industriale e di un nuovo mondo sociale. Vorrei che questo saggio contribuisse alla formulazione di una tale teoria chiarendo almeno un punto: come esistano delle tecniche ipertrofiche nell’uso di energia o d’informazione, la cui stessa struttura ingenera rapporti di sfruttamento e di dominio nelle società che le adottano. Non è facile immaginare una società in cui l’organizzazione industriale sia equilibrata e compensata da modi di produzione complementari, distinti e ad alto rendimento. Siamo talmente deformati dalle abitudini industriali che non osiamo più scrutare il campo del possibile, e l’idea di rinunciare alla produzione di massa di tutti gli articoli e servizi è per noi come un ritorno alle catene del passato o al mito del buon selvaggio. Ma se vogliamo ampliare il nostro angolo di visuale, adeguandolo alle dimensioni della realtà, dobbiamo ammettere che non esiste un unico modo di utilizzare le scoperte scientifiche, ma per lo meno due, tra loro antinomici.
C’è un uso della scoperta che conduce alla specializzazione dei compiti, alla istituzionalizzazione dei valori, alla centralizzazione del potere: l’uomo diviene l’accessorio della megamacchina, un ingranaggio della burocrazia. Ma c’è un secondo modo di mettere a frutto l’invenzione, che accresce il potere e il sapere di ognuno, consentendo a ognuno di esercitare la propria creatività senza per questo negare lo stesso spazio d’iniziativa e di produttività agli altri.
Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iper-industriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. L’equilibrio della vita si dispiega in varie dimensioni; fragile e complesso, non oltrepassa certi limiti. Esistono delle soglie che non si possono superare. La macchina non ha soppresso la schiavitù umana, ma le ha dato una diversa configurazione. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota. Oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione, e comincia la grande reclusione. Occorre individuare esattamente dove si trova, per ogni componente dell’equilibrio globale, questo limite critico. Sarà allora possibile articolare in modo nuovo la millenaria triade dell’uomo, dello strumento e della società. Chiamo “società conviviale” una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni.”
Un ulteriore concetto utile su cui vogliamo ragionare oggi è quello delle due soglie. Nello sviluppo di uno strumento o tecnologia, si passa da una fase iniziale (prima soglia) in cui lo strumento è utile e benefico alla collettività, and una seconda fase (oltre la seconda soglia), in cui è piuttosto la collettività che diventa “utile” allo strumento, e a chi lo controlla.
Da Capitolo 1 “Le due soglie“
“[Oltre alla scienza medica,] Altre istituzioni industriali hanno superato le stesse due soglie. È il caso, in particolare, delle grandi industrie terziarie e delle attività produttive organizzate “scientificamente” dalla metà del diciannovesimo secolo in poi. L’educazione, le poste, l’assistenza sociale e anche i lavori pubblici hanno avuto tutti la stessa evoluzione. In un primo tempo si applica un nuovo sapere alla soluzione di un problema chiaramente definito e con criteri scientifici si arriva a misurare l’aumento di efficienza ottenuto. Ma, in un secondo tempo, il progresso realizzato diventa un mezzo per sfruttare l’insieme del corpo sociale, mettendolo al servizio dei valori che una élite specializzata, sola garante del proprio valore, stabilisce e rivede senza tregua. Nel caso dei trasporti, c’è voluto un secolo per passare dalla liberazione grazie ai veicoli motorizzati alla schiavitù dell’automobile. I trasporti a vapore cominciarono a essere utilizzati al tempo della guerra di secessione americana. Il nuovo sistema dette a molta gente la possibilità di viaggiare per ferrovia alla velocità di una carrozza reale, e con una comodità che nessun re avrebbe osato sognare. A poco a poco si cominciò a far confusione tra buona circolazione e grande velocità. Da quando l’industria dei trasporti ha oltrepassato la sua seconda soglia di mutazione, i veicoli creano più distanze di quante non ne eliminino. Il complesso della società spende ogni giorno più tempo per la circolazione, che in teoria dovrebbe fargliene guadagnare. L’americano-tipo dedica più di 1500 ore l’anno alla sua automobile: ci sta seduto dentro, fermo o in moto, lavora per comprarla e mantenerla, per pagare la benzina, i pneumatici, i pedaggi, l’assicurazione, le contravvenzioni e le imposte. Dedica cioè quattro ore al giorno alla sua auto, sia che se ne serva, se ne occupi o lavori per lei. E non consideriamo tutti gli altri suoi impegni di tempo regolati dal trasporto: il tempo passato in ospedale, in garage o in tribunale, il tempo consumato a guardare la televisione e la pubblicità delle automobili, il tempo speso a guadagnare il denaro necessario per viaggiare durante le vacanze, eccetera. A questo americano occorrono dunque 1500 ore per percorrere 10000 chilometri di strada: 6 chilometri gli prendono più di un’ora (1).”
Il superamento della seconda soglia porta con sé un sentimento, l’impressione che non siamo più noi ad avere bisogno dello strumento, a trarne beneficio, ma che è lo strumento ad avere bisogno, a nutrirsi di noi. La “enshittification”, il termine che Cory Doctorow ha coniato per descrivere lo scivolamento (letteralmente “in merda”) delle piattaforme social (prima partite come strumento rivoluzionario e utile, poi sempre più tossiche) può essere inteso come una interpretazione contemporanea del superamento della seconda soglia.
Una considerazione a parte è da fare sugli “effetti collaterali”: l’adozione dell’automobile come è descritta da Illich è interessante perché osserva il contesto generale della società in cui l’automobile esiste, non solo l’auto come mezzo di trasporto. L’effetto di uno strumento tecnologico non si limita al suo prodotto più diretto ed immediato. L’automobile produce un particolare tipo di spostamento: permette ad una o più persone di spostarsi velocemente da un punto ad un altro, per tramite di un veicolo a motore, spesso privato. Ma l’effetto sulla società nel complesso è molto più ampio:
- L’automobile richiede infrastrutture: aumentano tutti gli spazi necessari all’automobile. La rete stradale, i parcheggi, le stazioni di servizio ed i meccanici. Spesso nelle città e nelle periferie lo spazio a disposizione per le auto e le loro infrastrutture è nettamente maggiore che quello per i pedoni.
- I luoghi e le comunità diventano a misura di automobile: la geografia dei luoghi, la distribuzione dei luoghi d’incontro e di riferimento culturale, la tipologia e l’ubicazione degli esercizi commerciali cambia, come riflesso di una società che si sposta più spesso e più lontano per rispondere ai propri bisogni.
- La città diventa il centro privilegiato d’incontro e di lavoro, ma non di vita. Paradossalmente, di giorno le città si riempiono, per poi svuotarsi. Diventa più facile incontrare persone sconosciute, ma senza mai avere il tempo di creare legami approfonditi.
- Queste caratteristiche, a loro volta, creano delle differenze, che valgono in particolare chi non ha accesso ad un veicolo proprio o non può guidare (es. bambini); in un mondo disegnato a misura di automobile, non avercela significa perdere autonomia.
- … per approfondire questo tema, vedi Neil Postman, Divertirsi da morire, introduzione; e Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, cap. “L’automobile, la sposa meccanica”. Chiaramente, lo stesso ragionamento che si fa per i mezzi di trasporto, va oggi adattato alla società digitale.
Esercizio
L’invito è: cerchiamo di pensare come potrebbero essere le soglie suggerite da Illich, ma nel contesto odierno dei social media, della digitalizzazione a tutti i costi, dell’intelligenza artificiale. Dove sta la prima soglia, e dove sta la seconda?
Lo strumento “internet” è passato da essere un prototipo sperimentale a qualcosa di veramente utile, di cui si serve una grossa fetta della popolazione mondiale (prima soglia).
- Quando è avvenuto questo superamento della prima soglia? Per voi, come e quando internet e gli strumenti digitali sono diventati veramente parte integrante e utile della vostra vita?
- Cosa ne dite della seconda soglia? Il passaggio deve ancora avvenire, sta avendo luogo ora, oppure è già avvenuto? Quali sono i segni di questo superamento? La seconda soglia è quella oltre alla quale l’utilità dello strumento non va più a favore di chi lo usa, ma a favore di chi controlla lo strumento, delle élite (tecnologiche, politiche, economiche) che lo usano per controllare, manipolare, per creare scarsità artificiale, per aumentare la produttività a dismisura, anche in un contesto di abbondanza. Siamo già oltre la seconda soglia?
Proviamo, ognuno con le proprie parole, a descrivere i cambiamenti che abbiamo personalmente osservato, quando li abbiamo osservati, e in che contesto.
Va bene anche in piccolo: non dobbiamo ragionare per massimi sistemi, sul generale, perché se dovessimo descrivere la situazione complessiva, ci perderemmo. Ci vorrebbe troppo tempo, e probabilmente non abbiamo le competenze e l’esperienza.
Piuttosto, prendiamo un pezzetto, e rimaniamo nei confini di questo cerchio. Ad esempio, potrei parlare di “come è cambiato il mio modo di informarmi”. In maniera estremamente sintetica e semplificando:
- Prima leggevo il giornale tutti i giorni
- Poi ho cominciato a leggerlo online invece che cartaceo (prima soglia)
- Ora al suo posto ho un feed, che non controllo più (seconda soglia)
Quali sono i pro e i contro di questi cambiamenti? Qualcosa è migliorato? Quando? Ad un certo punto (quando?) ha smesso di migliorare?
Limiti
Porre dei limiti non è facile. Non c’è abitudine, né attitudine a farlo: spesso arrivano troppo tardi e dall’alto, con tutte le problematiche che ne conseguono; vedi ad esempio i diversi paesi che stanno bloccando l’accesso ai social ai minori di 16/14 anni. La seconda parte dell’esercizio è quindi capire: quali potrebbero essere dei limiti? Dove porli?
È una domanda aperta che vale rispetto al ragionamento fatto nell’esercizio delle due soglie. Rispetto alla situazione che ho vissuto, dove si sarebbero potuti mettere dei limiti, e a che effetto? Quando sarebbe stato giusto limitare la tecnologia, e quando invece sarebbe stato inopportuno? Cosa pensano le persone vicine a me, di questi limiti che sto immaginando?
Lasciamo queste domande senza risposta, come uno stimolo per riflettere sul percorso fatto fino ad ora. Ci torneremo sopra, ma per il momento…
Buone vacanze e a presto!

