Questo è un approfondimento per esplorare la dimensione della dipendenza nel contesto delle tecnologie digitali. In questa parte trovate una definizione di dipendenza, nella seconda un approfondimento sui meccanismi della dipendenza programmata (la creazione intenzionale di dipendenza), e una terza, sulle considerazioni etiche e sui recenti processi giudiziari in materia di social e dipendenza.
Un termine che si usa spesso, rispetto al digitale, è dipendenza. Lo si usa in maniera colloquiale, talvolta scherzosa (“non potrei vivere senza il telefono, sono dipendente!”), per definire un rapporto con la tecnologia che viviamo in maniera ambivalente, tra il piacere ed il disagio. Questo uso colloquiale del termine non corrisponde alla definizione clinica di dipendenza, ma al tempo stesso non è nemmeno così fuori strada: indica un malessere di fondo che è importante indagare.
Vale la pena chiedersi: la tecnologia digitale può causare dipendenza? Cosa si intende per dipendenza, e cosa, nello specifico, crea dipendenza? Sono gli smartphone a farlo, oppure internet, oppure gli algoritmi, o…? Quanto è responsabile chi produce dispositivi e software?
In questo approfondimento cerchiamo di rispondere a queste domande, facendo riferimento alla letteratura scientifica in merito, anche se vale la pena anticipare una risposta: sì, è possibile che la tecnologia digitale crei dipendenza, anche se il modo esatto in cui questo avviene è complesso e oggetto di discussione. Di chi sia la responsabilità è sicuramente più complesso, ma è difficile parlarne se prima non diamo qualche definizione.
Definizione di dipendenza
Una prima distinzione è quella tra dipendenze da sostanza (come alcol, eroina, tabacco, …) e dipendenze comportamentali. In passato solo le dipendenze da sostanze venivano riconosciute; nel 2020 il Consiglio Superiore di Sanità (CSS) ha ampliato la definizione di dipendenza, per includere le alterazioni del comportamento. La definizione attuale di dipendenza data dal CSS è: “condizione psichica, talvolta anche fisica, derivante dall’interazione tra un organismo, una sostanza e/o uno specifico comportamento, caratterizzata da risposte psicofisiche che comprendono un bisogno compulsivo di assumere la sostanza e/o di mettere in atto un determinato comportamento disfunzionale in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e di evitare il malessere della sua privazione”. (CSS-Sez. I, 2022. Vedi qui per fonte e approfondimento su questo cambiamento).
Un’altra definizione, meno tecnica, che ci può aiutare a comprendere la dipendenza è quella che ci dà Gabor Maté, medico che ha lavorato a lungo con pazienti dipendenti, che sottolinea l’importanza del contesto: non esistono “sintomi” standard, non c’è un limite quantificabile oltre il quale si è dipendenti (come ad esempio un numero specifico di ore passate su YouTube). Un indice fondamentale della dipendenza è quando una persona continua ad assumere un dato comportamento, nonostante sia chiaro che quel comportamento sta causando un danno importante a sé stesso e ad altri. In altre parole, la dipendenza può esprimersi in modi e abitudini estremamente diverse, ed essere difficile da riconoscere.
«Dipendenza è qualsiasi comportamento ripetuto, correlato alle sostanze o meno, in cui una persona si sente spinta a persistere, indipendentemente dall’impatto negativo sulla sua vita e su quella degli altri. E comporta:
1.Coinvolgimento compulsivo con il comportamento e l’ossessione;
2.Controllo alterato del comportamento;
3.Persistenza o ricaduta, nonostante l’evidenza del danno;
4.Insoddisfazione, irritabilità o desiderio intenso quando l’oggetto – sia esso una droga, un’attività o un altro obiettivo – non sia immediatamente disponibile.» (da Gabor Maté, “Nel regno degli spiriti famelici”, Ubiliber 2023)
Ne consegue che la difficoltà nel decidere che “qualcosa crea dipendenza” o meno, è enorme, perché la stessa definizione di dipendenza è molto ampia, contestuale, e spesso misurata secondo standard diversi. Al contrario di un test che misura la presenza di un virus (con una data precisione), non esiste un test standardizzato per la dipendenza, ma questa viene diagnosticata e curata in maniera diversa a seconda del paese e dell’istituzione, e soprattutto a seconda dal tipo (ad es. dipendenza da nicotina vs gioco d’azzardo). A questo si aggiunge il problema che in alcuni casi la dipendenza viene classificata in maniera binaria (cioè o si è dipendenti o non lo si è), mentre in altri casi secondo una scala (ad es. grave/media/bassa/assente), come ad esempio in questi due studi (USA e Italia) sulla prevalenza della dipendenza da nicotina. Nel tempo sono stati sviluppati test e strumenti diagnostici standardizzati per aiutare a rendere le diagnosi e i trattamenti più uniformi, ma questo processo richiede investimenti, collaborazione, e soprattutto, anni di pratica ed esperienza sul campo. Se già questo è difficile nel mondo delle sostanze, lo è ancora di più in ambito digitale, per diversi motivi:
- L’adozione tecnologica di internet e smartphone è avvenuta in maniera estremamente rapida e pervasiva.
- La tecnologia digitale (sia hardware che software) cambia costantemente.
- In molti casi, non si diventa dipendenti da una specifica tecnologia, piuttosto è la tecnologia a veicolare una o più dipendenze; al tempo stesso (come vedremo meglio sotto), non si può separare il mezzo dal contenuto.
- L’esperienza degli spazi e delle attività digitali è estremamente varia e differenziata a seconda delle persone, ad esempio: nei social mainstream, ad ogni utente vengono suggeriti contenuti diversi. Di conseguenza, alcune esperienze potrebbero essere problematiche, altre no, anche se il social è lo stesso.
Dipendenza digitale
Non esiste, quindi, una “dipendenza digitale” di per sé: ma il termine può essere usato come termine cappello per una serie di dipendenze, collegate tra loro, come la dipendenza da shopping, dalla pornografia, dal gioco d’azzardo, che vengono mediate da uno strumento digitale. In alcuni casi non è lo strumento digitale (che sia uno smartphone, pc, l’accesso a internet, …) a creare la dipendenza, ma la veicola. Ad esempio, è possibile essere dipendenti da shopping senza avere accesso ad internet. Internet può però facilitare la dipendenza: se prima la persona doveva uscire di casa e spostarsi per potere fare i propri acquisti, ora può farlo di nascosto, senza farsi vedere e quindi senza dovere giustificare il proprio comportamento, e ha accesso ad una moltitudine di prodotti inesauribili. Ugualmente, la food addiction (l’ossessione patologica per il cibo) non nasce necessariamente con i social: ma chiaramente chi ha problemi con il cibo e si troverà in difficoltà se un algoritmo propone, costantemente, immagini di ricette, food bloggers, food challenges e così via.
È quindi difficile stabilire dei confini precisi tra una dipendenza e l’altra, o anche solo definire l’oggetto preciso della dipendenza. Autori come David Greenfield (psichiatra e fondatore di una delle prime cliniche per la dipendenza tecnologica e da internet) parlano di “dipendenza da internet”, nell’ottica che il mezzo e le sue particolari proprietà non siano separabili dal contenuto. Internet è particolarmente a rischio perché:
- È facilmente accessibile.
- Può darci accesso a contenuti stimolanti molto rapidamente.
- È dinamico: ci sono sempre contenuti nuovi.
- Provoca distacco: ci fa perdere traccia di quanto tempo passiamo davanti ad uno schermo.
- È uno spazio di socialità, ed è quindi un tramite per una funzione fondamentale della vita, alla quale difficilmente possiamo rinunciare.
- Concede (un senso di) anonimato: ci fa sentire anonimi, anche se non lo siamo mai veramente.
- Disinibisce: permette di esprimersi liberamente, oppure di assumere alter ego, giocare con il proprio ruolo.
- È una storia senza fine: l’informazione su internet è sovrabbondante e con limiti di accesso bassi o non esistenti. Il nostro desiderio di completezza e di chiusura ci fa addentrare sempre di più su nuovi contenuti, prosciugando tempo e attenzione.
- È una fonte particolarmente economica, se non gratuita (NdR. anche grazie alla pirateria) di infotainment (informazione-intrattenimento)
- È istantaneo: più velocemente arriva la “ricompensa” di un dato comportamento (ad es. aprire una notifica per vedere cosa c’è scritto), più quel comportamento può creare dipendenza.
- È interattivo: potere interagire e scegliere a nostro piacimento su internet ci dà la sensazione di avere il controllo (anche quando in realtà siamo noi ad essere controllati)
- Fornisce ricompense a intervalli variabili, ovvero: non sappiamo quando arriverà la prossima scarica di dopamina, ma sappiamo che potenzialmente è sempre dietro l’angolo. Il fattore dell’imprevedibilità (questa variabilità nelle ricompense in risposta al nostro comportamento) è un fattore importante per l’insorgere della dipendenza, ed è stato studiato in molti contesti. (vedi Tim Wu, Attention Merchants, cap. 14)
(Fonte: Human Capacity in the Attention Economy. American Psychological Association, 2021, p. 35-36, capitolo 2 di David Greenfield)
A queste caratteristiche di internet si aggiungono gli smartphone (e altri dispositivi, es. quelli indossabili) che, attraverso stimoli fisici come notifiche, suoni, luci, vibrazione, sono particolarmente efficaci nel riportarci dal mondo fisico a quello digitale; in alcuni casi un dispositivo può avere un effetto su di noi anche quando non lo usiamo, ma semplicemente perché si trova a portata di mano. Nessuna di queste caratteristiche, di per sé, crea la dipendenza: prese nel complesso però, è evidente che ci troviamo di fronte ad espressioni tecnologiche che creano un richiamo estremamente forte, senza precedenti, e che la nostra cultura deve ancora digerire.
Continua in “Dipendenza programmata“: come il design del software può essere usato, intenzionalmente, per favorire la dipendenza.